giovedì 26 maggio 2011

La filosofia in Chat

Quando frequentavo l’Università (“Università degli studi di Parma”) nel lontano 2006,  la filosofia era “sentita”, dagli studenti e dagli accademici stessi, come una disciplina lontana dal mondo. Doveva essere una materia solo per pochi eletti che, grazie ad antichi ed arcaici studi, erano in grado di decifrare gli enigmi del pensiero umano. Essa doveva conservarsi “pura” e quindi estranea a tutto ciò che riguardava il mondo delle nuove tecnologie. In realtà oggi, come consulente, ritengo che la filosofia non solo debba rifiutare questo alone mistico ma, debba anche relazionarsi positivamente con i nuovi strumenti di comunicazione di massa che il mondo della Rete offre. Non solo e-mail ma anche chat, blog, forum, social-network, siti internet a sfondo pubblicitario e, chi più ne ha, più ne metta, senza precludersi nessuna nuova via!!
Sempre in linea con questa mia idea di fusione tra consulenza ed Internet, ho intravisto una nuova ed interessante potenzialità filosofica nella chat. Perché non fare “terapia” on-line? Ovviamente tutto il mondo delle discipline “Psi” griderebbe allo scandalo affermando che l’analisi si deve fondare sull’osservazione del paziente (linguaggio non-verbale) e sull’ascolto, senza il filtro protettivo di uno schermo e di una tastiera. Ma, il consulente non è uno psicologo è un filosofo ed il suo metodo (inteso come “forma mentis”) si basa sulle idee, sul modo di vedere il mondo e di relazionarsi con esso. La chat, pertanto, può diventare un efficace mezzo per esprimere il proprio pensiero. Anche le mail possono diventare formidabili veicoli di una propria percezione del mondo ma, non garantiscono l’immediatezza della chat. Dal mio punto di vista, esse sono molto più lente e dispersive e risulta difficile focalizzare un punto preciso sul quale “lavorare”. Già il cliente, anche nella consulenza più rigorosa, cerca di eludere le domande più complesse e più “vicine” al problema, nella mail egli tenderebbe ad ignorarle completamente senza dare al consulente la possibilità di imporsi.
Ma la consulenza on-line, tramite chat, è veramente efficace? La totale assenza di linguaggio non-verbale può minare, generando malintesi, l’esito positivo di un incontro? Il consulente mantiene ancora inalterato il suo alto livello di professionalità? Ho cercato di rispondere a tutte queste  domande che mi frullavano in testa, sperimentando su me stessa questa nuova frontiera della filosofia. Ho chiesto ad un mio collega, Mauro Melis, di aiutarmi a concretizzare la mia idea: in alcuni incontri (in chat) dovevo essere consulente mentre in altri dovevo ricoprire il ruolo di consultante. I temi affrontati riguardavano la percezione del proprio corpo in opposizione alla sua reale natura e la difficile relazione tra sé e gli altri.
Dalla mia esperienza ho notato che la consulenza on-line è possibile ma alcuni elementi variano rispetto alla consulenza vis- a-vis. Ovviamente, mutando la dimensione del colloquio, anche i fattori in gioco modificano la propria natura. Il cliente non avverte in modo evidente questo cambiamento; egli si sente a proprio agio perché potrebbe, in qualsiasi momento, far cessare la conversazione ed eludere le domande più spinose. Si sente protetto dallo schermo e dalla distanza, non teme l’analisi del non-detto per il semplice fatto che non “dice”. Forse, solo il desiderio di risolvere il problema associato ad un briciolo di curiosità, è l’unico elemento che lo tiene attaccato allo schermo. Mentre il consultante si muove nella tranquillità della chat, il consulente deve imparare a leggere tra le righe e deve affinare le sue capacità interpretative. Deve saper sfruttare ed orientare la sua sensibilità e cogliere le più piccole variazioni linguistiche. Deve conquistare l’attenzione del cliente spronandolo con domande curiose ed intriganti.
Dalla mia esperienza due sono i maggiori pericoli della consulenza on-line: primo, la chat potrebbe trasformarsi in una banale chiacchierata tra amici, secondo le parole potrebbero generare incomprensioni e fraintendimenti. In entrambi i casi deve essere il consulente, con la sua preparazione e professionalità, ad impedire che questo accada, portando da un lato la conversazione ad una dimensione più elevata e, dall’altro, chiedendo sempre conferma dell’esatta interpretazione del testo. La chat, anche se per sua definizione è veloce, nella visione filosofica assume un carattere lento e meditativo: ogni parola deve essere il risultato di una riflessione lungamente elaborata da entrambe le parti. Manca totalmente l’idea di risposta impulsiva, infatti, consiglio, ogni tanto, di interrompere il dialogo per fare il “punto della situazione”.
La chat è senz’altro uno dei tanti metodi per fare counseling: è innovativo ed originale ma porta con sé problemi nuovi che non sono stati ancora interamente esplorati e, soprattutto, risolti. Essa pone il filosofo di fronte ad una nuova dimensione di dialogo e di fronte ad una nuova sfida: portare la filosofia laddove “la velocità” violenta la riflessione.

p.s. Per chi vuole continuare la sperimentazione su questa interessante tematica, può contattarmi al mio indirizzo mail: annibosio@libero.it

domenica 6 marzo 2011

CHI RIDE DI CHI?

di Tiziano Gorini

Poiché è il risultato perverso della fallacia induttiva o il sintomo di una patologia cognitiva e culturale lo stereotipo è ingiusto, inquietante e ripugnante;  però è interessante decifrarne il senso e il ruolo all’interno della strategia retorica che lo produce, specialmente in quei sofisticati casi in cui serve a individuare e giustificare una attività intellettuale. Come la filosofia.

1. Il riso della serva

Uno stereotipo del filosofo lo raffigura come persona astratta, priva di senso pratico, stravagante. Tale stereotipo non si è formato nell’età moderna, quando lo scienziato ha conteso col filosofo il predominio cognitivo, e neanche nel Medio Evo, quando lo si pretendeva fedele al dogma religioso; in queste epoche piuttosto si è confermato nelle accuse degli avversari della ragione filosofica, ma esso è assai più antico, anzi: originario, perché è contemporaneo e complementare alla fondazione della filosofia. Infatti si trova già dichiarato ed  argomentato nei dialoghi platonici. In essi più volte Socrate descrive il filosofo come un cittadino sprovveduto, inetto e perfino ridicolo. Ad esempio nel Gorgia racconta di sé che una volta non era riuscito a contare i voti di un’assemblea popolare, suscitando perciò la generale ilarità dei convenuti; nel Protagora avverte del rischio che l’argomentare dialettico sia deriso per i suoi esiti inconcludenti. Nel Teeteto la descrizione perfino si amplia corredandosi di una esemplificazione narrativa. Dice Socrate che il filosofo, che vive tra gli uomini con il corpo ma non con l’anima e perciò tra loro appare sempre smarrito e da loro è sempre deriso, si comporta come Talete, il quale

mentre stava mirando le stelle e aveva gli occhi in su, cadde in un pozzo; e allora una sua servetta di Tracia, spiritosa e graziosa, lo motteggio dicendogli che le cose dal cielo si dava gran pena di conoscerle, ma quelle che aveva davanti e tra i piedi non le vedeva affatto. Questo motto si può ben applicare ugualmente a tutti coloro che fanno professione di filosofia.[1]


L’aneddoto non è originale. La fonte a cui Platone attinge è Esopo, però la favola esopica è molto diversa:


Un astronomo aveva l’abitudine di uscire tutte le sere per studiare le stelle. Una volta che s’aggirava nel suburbio con la mente tutta rivolta al cielo, cadde senza avvedersene in un pozzo. Mentre egli si lamentava e gridava, un passante udì i suoi gemiti e gli si avvicinò. Saputo il caso gli disse: caro mio, tu cerchi di sapere quello che c’è nel cielo, e intanto non vedi quello che c’è sulla terra.[2]

Non c’è Talete, non c’è la serva tracia, il passante non è testimone diretto della caduta, è l’astronomo che richiama la sua attenzione e gli racconta l’accaduto; e ovviamente la morale della favola non riguarda il filosofo, tipo umano ancora inesistente, bensì un carattere generico:

Questa storia potrebbe servire per uno di quei tali che si vantano di cose incredibili, mentre non sanno fare quello che fanno tutti gli uomini normali[3]

Qui è all’opera l’istinto drammatico di Platone, la sua inventiva poetica che trasforma l’aneddotto originario in una conclusa, compatta e vivace messa in scena, con la giovane donna testimone diretta e beffarda del fatto. Tuttavia se l’anonimo astrologos lasca la scena al protofilosofo e se l’impersonale testimone diviene la servetta  tracia non è soltanto per ragioni artistiche, è che Platone vuole rappresentare il tipo umano del filosofo, caratterizzato nella sua essenzialità dal conflitto tra teoria e prassi; che dunque


cade anche lui, per sua inesperienza, dentro ai pozzi, e s’impiglia in difficoltà d’ogni sorta, suscitando il riso non pur delle serve di Tracia ma di tutta la gente, perché la sua goffaggine è straordinaria e gli fa fare la figura dello scimunito.[4]



Ecco fissato, in origine e per sempre, lo stereotipo del filosofo, che lo disegna e, nella prospettiva della vita pratica, lo disdegna: un inetto eccentrico.

2. Uno stereotipo ironico

E’ uno stereotipo comico, ma anche tragico e, soprattutto, ironico. Comico perché offre l’eccentricità teoretica della filosofia al giudizio derisorio della comunità che, indifferente allo sguardo che nella realtà intravede la trascendenza (talché per essa sembra solo uno sguardo fisso nel vuoto), ne trova confermata la ridicolezza;  tragico perché è evidente la proiezione della condanna di Socrate nella disavventura di Talete, e quindi del destino del filosofo al rischio dell’incomprensione, dell’emarginazione, della repressione. Un destino che invero la storia ha più volte confermato. Ma perché anche: ironico? Ci sarebbe veramente da insospettirsi se proprio la vittima dell’ilarità la giustificasse ma così non è. Ironica è l’argomentazione che nega ciò che afferma e questo è proprio quel che fa Platone attraverso il ragionamento socratico: mentre rappresenta l’inettitudine del filosofo ne afferma la superiorità cognitiva e morale nell’atto di affrancarsi dall’esperienza ingenua della realtà e della vita; perciò Socrate può concludere:

Quel che tu chiami filosofo, allevato realmente nella libertà (…) può bene avere l’aria, senza suo disonore, di uomo semplice e buono a nulla quando gli tocchino uffici servili (…). Ma in realtà (…) non è molto facile persuadere gli altri che le ragioni che dice il volgo (…) siano, come si dice, storielle da vecchie, e la verità è tutt’altra.[5]

Insomma: alla fine ad esser ridicola è la serva di Tracia, ovvero il volgo, ovvero la comunità degli uomini che sono schiavi delle apparenze e dell’ignoranza della verità.
Cosicché la filosofia è finalmente costituita nella sua ragione d’essere, che è il conflitto col senso comune, il quale può sì farsi beffa della apparente aberrazione di chi lo rifiuta ma soltanto perché si ottunde appagato nella propria dogmatica ignoranza; e quell’aberrazione è piuttosto l’effetto dell’alterità che si effonde nella ricerca della libertà di pensiero e della verità.
Nel futuro che l’attendeva il racconto della caduta del protofilosofo e del riso che provocò ebbe un discreto successo letterario, poiché fu innumerevoli volte replicato; ad esempio si ritrova nell’anonimo Novellino e perfino nei Racconti di Canterbury. Naturalmente le repliche furono anche, quasi sempre, variazioni sul tema, talvolta ingenue talaltra meditate: già in Tertulliano il beffardo testimone della caduta diventa un Egiziano (probabilmente per contrapporre a un sapiente un altro più sapiente); comicamente geniale è invece il dettaglio che vi aggiunge Montaigne negli Essays: è la giovane milesia  - che ha smesso di ridere -a far inciampare Talete, per impartirgli un pratico insegnamento (far inciampare i sapienti nella loro sapienza è il principale effetto dello scetticismo, di cui Montaigne è maestro). Tuttavia, siccome in questo racconto la filosofia riconosce la propria condizione originaria e la propria giustificazione teoretica e culturale, sono stati soprattutto i filosofi ad affannarsi con le sue possibili variazioni e interpretazioni, ogni qualvolta s’è trattato di mutare problematiche, legittimare nuovi oggetti o metodi o significati per la loro attività. I primi furono quelli cristiani, intenti ovviamente a ribaltare la prospettiva socratica, rappresentando un  Talete colpevole o di non aver guardato oltre le stelle, là dov’è Dio, o di aver invece guardato fuorì di sé e non dentro di sé, nell’anima; l’ultimo – per ora – è stato Heidegger, il quale s’è preoccupato di dare al pozzo una profondità smisurata, tale che non c’è fondo (ovvero, fuor di metafora, che non c’è fondamento e che è destino della filosofia di precipitare nell’incondizionato, dove si è lontani dal mondo della vita me non si è vicini all’Essere).[6]
Questo permanente interesse, questo zelo ermeneutico per l’aneddoto platonico sembra dunque essere una sorta di déjà vu filosofico, un continuo rivivere la scena archetipa in cui ritrovare e rivendicare il ruolo della filosofia e del filosofo, quale che sia. Perché dimostra che,  quale che sia, non se ne può ridere. O meglio: se ne può ridere, ciò è stato fatto ed è ancora fatto, ma è proprio chi ne ride che è ridicolo. L’ironia socratica è sempre all’opera.

3. Un apocrifo

Dunque l’implicita  domanda ironica del Teeteto che inaugura la storia della filosofia  è: “Davvero voi potete ridere del filosofo o non è piuttosto il filosofo che può ridere di voi?” Ebbene questa domanda è stata posta anche da qualcun altro, oltre che da Platone; con un altro racconto che ha per protagonista non Talete bensì Democrito.
Tuttavia per il modo in cui è stata posta è opportuno svolgere alcune considerazioni ermeneutiche prima di trattarne.
Scegliendo l’argomentazione ironica per rappresentare il ruolo del filosofo Platone fu coraggioso, poiché sfidò il senso comune sull’infido terreno del ridicolo in cui poteva capitare anche a lui di inciampare, e fu magistrale nella messa in scena di quel ridicolo. Per realizzarla dovette ovviamente falsificare la favola esopica, modificandola per il suo fine ma anche fingendo che il fatto narrato fosse realmente accaduto (Si racconta che……); ma è evidente che si tratta di una falsificazione letteraria, ovvero di una finzione che si dichiara tale: vuole illustrare, non vuole ingannare. Invece nella storia di Democrito questa evidenza non c’è, il rapporto tra finzione e falsificazione è ben più complicato, poiché si tratta di un apocrifo.
Gli studi psicologici sulla comunicazione distinguono tra verità (corrispondenza tra fatto e giudizio), menzogna (negazione della verità) e finzione (sospensione della verità). L’apocrifo non è verità e non è finzione eppure non è neanche menzogna, perché pur essendo una ingannevole falsificazione il suo scopo non è di negare il vero bensì di aggiungervisi, di integrarcisi, così come accade per l’immaginario mondo di Uqbar nella novella di Borges Tlon, Uqbar, orbis tertius. Perciò smascherarlo non serve a interrompere un’ermeneusi diventata superflua ma a complicarla, poiché  duplica gli autori e gli scopi,  confonde i tempi e i contesti di un testo diventato enigmatico: una sorta di cellula infettata che consente molteplici mutazioni virali. Infatti dovremo chiederci se quel Democrito è quello vero oppure se è un personaggio e, se è un personaggio,  quale ruolo svolge, in quale racconto. 
Si tratta delle lettere dalla X alla XVII delle Opere di Ippocrate[7].
Di Ippocrate quasi niente si sa; del Corpus Hippocraticum che è una raccolta di testi di scuole ed epoche diverse di cui furono autori il medico greco e i suoi epigoni, senza che si possa distinguere con sicurezza tra l’uno e gli altri (potrebbe pure essere che nessuno appartenga ad Ippocrate). E’ evidente che parlare di apocrifo in una situazione filologicamente disarmante come questa già ne incrina la giustificazione teoretica, basata sul rapporto tra l’autenticità del testo e, appunto, l’autore[8]. Comunque queste lettere che si dichiarano di Ippocrate  di Ippocrate  proprio non sono. Il Corpus fu composto tra il V e il IV secolo mentre esse sono databili in un periodo posteriore, inoltre esagerano con sospetti arcaismi linguistici che fanno intravedere una volontà ingannatoria, perfino vi compare quale destinatario di una delle lettere un certo Dionigi di Alicarnasso, che ci fa sospettare  una sofisticata beffa piuttosto che una coincidenza di nomi; ma soprattutto appaiono troppo simili nell’argomento al Problema XXX dello pseudo-Aristotele (un altro apocrifo!), quello in cui si tratta della malinconia. E’ quindi probabile che siano state scritte nel  I secolo, quando scrivere apocrifi era usanza diffusa. E’ certo invece che sono contemporanee di altre opere con cui contribuiscono a fondare la leggenda di Democrito; anzi: forse ne sono l’origine. E ci costringono a chiederci se dentro la falsificazione di Ippocrate non ci sia la verità di Democrito.

4. La cura del filosofo folle

Queste lettere pseudo-ippocratiche si configurano come un prototipo del romanzo epistolare: presentano un io narrante (e sognante), il protagonista, il coro (il popolo abderita), un intreccio sapiente (che mescola il dramma alla satira) con i suoi sviluppi e, infine, il colpo di scena finale, che ribalta la prospettiva con cui il racconto aveva avuto inizio. Starobinski le ha poste tra i testi seminali della letteratura occidentale e certamente sarebbero legittime letture di opere come Don Chisciotte o L’idiota, volte a individuare una genealogia tematica; nei secoli hanno ispirato artisti (per esempio Rubens), letterati (per esempio Erasmo) e  - non poteva accadere altrimenti – i primi psichiatri. Perché il loro argomento è la pazzia.
Infatti la prima delle 8 lettere è una angosciata richiesta del senato della città di Abdera, il quale invoca l’aiuto del famoso medico per curare il più illustre dei propri cittadini, il filosofo Democrito, che dà segni di follia. Ippocrate acconsente, sia per la fama del paziente, sia perché colpito dalla sollecitudine che la città dimostra per il proprio concittadino; tuttavia già mentre risponde al senato esprime dubbi sulla malattia del filosofo:

obbedisco meno a voi che alla natura e agli dei, affrettandomi a venire a curare la malattia di Democrito; ove si tratti davvero di malattia, e non di un’illusione che vi acceca[9]

Dubbi che esplicita nella 3° lettera indirizzata all’abderita Filopomene dove, ragionando sui sintomi del presunto male così come gli sono stati descritti, ipotizza che non di follia si tratti bensì di malinconia:

Non è della pazzia, è di un vigore dell’anima spinto troppo oltre che il nostro uomo dà i segni manifesti – lui che non ha più in mente né figli, né moglie, né genitori, né averi, né alcunché, lui che si rinchiude giorno e notte in se stesso e vive solitario in grotte, in siti deserti, sotto l’ombra degli alberi, sulle tenere erbe, o lungo i torrenti. Accadono spesso ai malinconici cose di questo genere: talvolta sono taciturni, solitari, vaghi di luoghi isolati; si allontanano dal consorzio umano, considerano degli estranei i loro simili; ma non è raro neppure, in coloro che si consacrano alla conoscenza, che la loro predisposizione alla saggezza li spinga a dimenticare ogni altra cura[10] 

Ma il medico deve attenersi ai fatti, all’osservazione del paziente, dunque egli parte per Abdera (dopo aver scritto a Dionigi di Alicarnasso per invitarlo a prendersi cura dei suoi affari mentre lui è assente e a Damagete di Rodi per chiedergli che gli metta a disposizione la sua veloce nave per il viaggio). Nella 6° lettera, nuovamente indirizzata a Filopomene,  racconta di un sogno avuto nella notte, in cui gli è comparso il dio Asclepio, accompagnato da due donne: Verità e Opinione, la prima afferma di trovarsi presso Democrito, la seconda invece presso gli abderiti; Ippocrate interpreta il sogno come una conferma della sua diagnosi: Democrito non è pazzo, non ha bisogno di medici, ma intanto prudentemente scrive a Crateva perché gli procuri gli ellebori, con cui poter purgare il filosofo, qualora occorresse comunque curarlo.

A questo punto, l’8° lettera, l’intreccio giunge immediatamente alla conclusione, ricorrendo all’analessi: Ippocrate racconta a Damagete del suo incontro con Democrito e della loro illuminante e risolutiva conversazione. E’ pur vero che ha incontrato un uomo trasandato, sporco, smagrito proprio come glielo avevano descritto, ma certamente non folle; anzi: lucido, intento ai suoi studi, assorto nelle proprie meditazioni, enthousiodòs: cioè preso dall’ispirazione, da un trasporto divino che può sembrare invasamento agli occhi dell’uomo comune ma è invece l’espressione della sapienza:

E’ proprio come pensavamo, Damagete: lungi dall’avere la mente offesa, Democrito considerava ogni cosa con grande altezza di vedute; dava una lezione di saggezza a noi, e a tutti gli uomini attraverso noi[11]

Quindi, alla fine, si ribaltano i ruoli: è il filosofo che viene riconosciuto come medico, poiché la sua saggezza è cura per l’umanità:

mi hai colmato di una grande ammirazione per la tua saggezza; tornando in patria, proclamerò che tu hai esplorato e scoperto la verità della natura umana. Mi hai dato di che curare il mio pensiero[12]

5. Il filosofo che ride

In bilico tra finzione, verità e falsità queste lettere sono paradossali. Di che parlano? Qual è l’intento del suo ignoto autore?  Vi si tratta di medicina, di follia e malinconia, riferendosi alla teoria degli umori e dei temperamenti, vi si discerne di bile nera e di farmacopea (e ciò spiegherebbe la loro collocazione nel Corpus); ma vi si mescolano tratti comici e perfino satirici (come il giudizio sulla stupidità degli abderiti e l’inopinata riflessione ippocratica sul rischio di diventar cornuto), per concludersi col registro tragico della finale argomentazione democritea dell’irragionevolezza dell’umanità. Si comprende perciò che siano divenute un modello letterario, di cui tuttavia lasciamo l’analisi e il giudizio ai critici letterari.
Interessa invece districare nella loro paradossalità il problema filosofico, perché il racconto dell’apparente follia di questo Democrito sembra replicare, amplificare, complicare l’aneddoto della caduta nel pozzo di Talete. Se fosse dunque una evoluzione dell’argomentazione ironica con cui è stato definito lo status del filosofo?
L’argomento è lo stesso: il riso che condanna un comportamento eccentrico e perciò errato. Infatti tra i segni della follia che la gente di Abdera crede di riconoscere in Democrito uno si impone sugli altri e sarà poi tema del rimprovero filantropico di Ippocrate:

Democrito ride di tutto[13]

In effetti non ride di tutto come sembra agli ingenui abderiti, bensì di un solo oggetto: l’uomo; ma ride, come rideva la serva di Tracia. I due racconti sono analoghi, poiché in ambedue vi è un filosofo, che si distingue per la mancanza di senso pratico, per l’indifferenza alla vita normale; tuttavia nel caso di Talete è su di lui che ricade il dileggio, nel caso di Democrito la scena è rovesciata: egli è che ride degli uomini, perché loro sono i veri pazzi, nella loro demenziale normalità.

Io rido di un unico oggetto, l’uomo pieno di insensatezza, vuoto di opere rette (…) io mi faccio beffa dei loro fallimenti, scoppio a ridere dei loro insuccessi, perché trasgrediscono le leggi della verità (…) Il mio riso condanna in loro l’assenza di ogni progetto ragionato; non hanno occhi né orecchie, mentre soltanto il senno dell’uomo, illuminato da un fermo pensiero, anticipa ciò che è e ciò che sarà[14]

E ancora:

gli uomini non vedono la retta via della virtù, questa via senza macchia né asperità, dove non si rischia di inciampare[15]

Forse è azzardato supporre in queste parole una velata allusione proprio alla disavventura di Talete, comunque vi è evidente il rovesciamento ironico: non è il filosofo a cadere ma gli altri, a causa della loro ignoranza della verità e della virtù.
C’è un altro punto che è interessante. All’inizio dell’ultima lettere Ippocrate, descrivendo a Damagete la costernazione dei suoi concittadini per la sua follia, scrive:

Il loro atteggiamento si spiegava con la presunta pazzia di Democrito, mentre questi si votava scrupolosamente a una filosofia superlativa[16]

Il testo reca l’espressione hyperphilosophèin; Hersant l’ha tradotta con “votarsi a una filosofia superlativa”, Bailly con “filosofare oltremisura”, Littré con “dedicarsi a una filosofia trascendentale”; questa terza traduzione corre il rischio di modernizzare il concetto, rendendo Democrito un po’ kantiano, tutte però cercano di significare il senso originale di un pensiero che oltrepassa i propri limiti, va oltre l’apparenza con l’impeto di un eroismo teoretico che richiede il genio di uomini fuori dal comune. Questo eroismo non può che restare incompreso e frainteso ed ergere una barriera tra il filosofo cercatore di verità e gli uomini che verità pensano già di possederla perché abitano ingenuamente il mondo.
Ciò è quanto, attraverso questo Democrito, ci esprimono le lettere. Le quali, apocrife, ci raccontano comunque qualcosa di vero su Democrito, oppure si tratta soltanto di uno pseudo-Ippocrate che parla di uno pseudo-Democrito? Perché non possiamo dimenticare che nell’antichità si formò una leggenda su di lui; una leggenda che forse soprattutto queste lettere hanno determinato, insieme ad altri come Cicerone, Seneca e Giovenale, che Diogene Laerzio ha definitivamente attestato e che in epoca moderna poi è servita a supportare la teoria del genio artistico e filosofico: quella di un filosofo malinconico, saturnino, introverso nelle proprie meditazioni, che addirittura si acceca per non farsi distrarre dalle apparenze e, appunto, dileggia ridendo chi ne è schiavo. Può allora essere lecito supporre che ci si trovi di fronte ad un’altra maschera filosofica, che il vero Democrito con la storia narrata dalle lettere c’entri poco o niente, così come Talete con la storia narrata da Platone, ma che invece l’essenziale sia la riaffermazione dello stereotipo del filosofo.




Note

[1] Platone, Teeteto, 174a-b.
[2] Favole esopiche, Milano 1978, p. 99.
[3] Idem.
[4] Platone, Teeteto, 174c.
[5] Op. cit., 175e, 176a.
[6] Per una ricognizione ermeneutica dell’aneddoto cit. H. Blumenberg, Il riso della serva di Tracia, Bologna, 1988.
[7] Le lettere si trovano nel tomo Lettere, Decreto e Arringhe delle Opere, qui tuttavia ci riferiamo al testo pubblicato in Sul riso e la follia, a cura di Yves Hersant, 1989, nella traduzione italiana Palermo, 1991
[8] Auctor è la parola latina che traduce la greca authéntés, “signore”, per cui l’autore è il signore del testo, colui che lo possiede e ne è garante.
[9] Y. Hersant, Sul riso e la follia, p. 38

[10] Op. cit., p.41.

[11] Op. cit., p. 56.
[12] Op. cit., p. 75
[13] Op. cit., p. 33.
[14] Op. cit., pp. 63-69
[15] Op. cit., p. 70.
[16] Op. cit., p. 56.

DISCORSO SEMI-SERIO SUL COUNSELING FILOSOFICO

ü  Perché il Counseling Filosofico?
Fa d’uopo cominciare con un po’ di storia di quella che oggi viene comunemente definita “Consulenza Filosofica” o all’anglosassone “Counseling Filosofico”.
Signore e signori, udite udite, la consulenza filosofica “nasce” nel 1981 in Germania ad opera del Prof. Gerd B. Achenbach che per primo aprì uno studio da professionista filosofo delle “Philosophisce Praxis”, come come? Avete inteso bene, proprio così! Sto furbetto (ops)! Pardon, il Prof. Achenbach ad un certo punto della propria vita, cosa va ad escogitare! (Traduzione letterale) la professione legata all’espletamento delle pratiche filosofiche, hai capito al tedesco?! Beninteso, non ha scoperto un bel niente! Infatti tale termine, da noi poi liberamente tradotto per indicarne la professione in “Consulenza Filosofica”, era già stato coniato, ma va a lui il merito di avergli dato corposità e fatto sì che da lui in poi si parlasse della figura professionale del “Consulente Filosofico o  Counselor Filosofico” che dir si voglia. In verità esiste ancora un minimo di differenza tra i due modi di definirli, infatti il consulente filosofico, termine maggiormente usato in Italia dal 2000 in poi grazie anche al fiorentino Neri Pollastri che fu un pioniere della Consulenza Filosofica italiana, è più legato alla linea di Achenbach che vede il rapporto consultante/consulente paritetico ed in evoluzione per entrambi, una sorta di “work in progress” ( come “tira” l’inglese) su tematiche filosofico/esistenziali, un dialogo aperto e senza metodistrumenti da addurre affinché il cliente possa poi “ragionare” come pure il professionista, un libero mettersi in discussione di entrambi, dove alla fine ci sarà un cambiamento, non indotto, per entrambi. “Ora, il fatto che essa non possegga teorie né metodi standard non significa che sia una tecnica abbandonata al caso. Semplicemente non si tratta di una tecnica e non ci sono modi per insegnarla (Né per impararla). La consulenza filosofica ha però a portata di mano la tradizione millenaria del pensiero, cioè deve riconsiderare la filosofia sotto la nuova luce dell’applicazione pratica alla vita”.[1] Allora mo voi vi starete dicendo, non mentite che ve lo state dicendo, lo so! “ma allora che ci vado a fare dal consulente filosofico se poi non mi da dei consigli, così come io necessito nel momento di difficoltà esistenziale che sto attraversando e poi mi tocca pure pagarlo”? Vero che vi stavate chiedendo proprio questo? Eheheh… ;))) Malfidati che non siete altro! Ah, a spendere i soldi per “affogare” i problemi, i pensieri negativi, in alcool e droghe va bene eh?! A farsi prendere dai “giochini” diventando poi patologici e là poi vi ci vorrà lo psicoterapeuta, va altrettanto bene vero? Vedrete quanto vi costeranno di più e per quanti anni!!! Allora non ci volete andare da un professionista delle relazioni d’aiuto dal nome Consulente Filosofico? Da uno che ha fatto la scelta ardua e valorosa di intraprendere la carriera universitaria nelle scienze umane e prendersi una laurea in Filosofia quando tutti gli dicevano (sghignazzando) “Ma che la fai a fare Filosofia, che è anche una facoltà dura con insegnamenti spacca cervello! A che ti servirà nella vita e nel lavoro poi”?! Da un professionista del “fine pensare” con un bagaglio esperienziale di riflesso che gli proviene da millenni di saggezze e parti di cortocircuiti neurali capaci di formulare le più illuminate teorie per il benessere di tutti in ambito umano e sociale (senza parlare poi di tutti quei belli aforismi da postare su Facebook)! In più, oltre la sudata “umiliata” laurea, sto stolto di Consulente Filosofico, non si va ad assorbire altro stress e (svuotamento ulteriore di portafoglio) con corsi, aggiornamenti, masters e chi più ne ha più ne metta per specializzarsi sempre più nella sua professione delle relazioni d’aiuto? Che stupido!  Ebbene, non ci volete andare? Peggio per voi, ma poi non venite a dirmi che io non vi avevo avvisati!
Il Counselor Filosofico, no! A si, quello è bravo! Figurati già solo il fatto di definirsi “Counselor”, è inutile, l’inglese è l’inglese! Inteso come lingua. Ebbene il Counselor, di anglosassone impostazione, dal punto di vista filosofico, prende le origini dal già citato “furbetto” Prof. Anchenbach, ma con alcune varianti. Le principali sono questo suo mix di Filosofia, Pedagogia e Psicologia; perché questo? Ma perché il Counseling “di provenienza psicologica” in America esisteva già ed il più eminente dei suoi teorizzatori fu un certo Carl Rogers, che solo a pronunciare il suo nome tremano anche le pareti a mo di Johnny Stecchino! Carl Rogers teorizzò il Counseling psicologico negli anni che vanno dal 1930 al 1950, psicoterapeuta, volle dare un’impronta differente alla psicologia allora conosciuta, in base alle proprie esperienze professionali, magia delle magie, ne uscì fuori il termine “terapia centrata sul cliente”, fortemente in auge anche ai giorni nostri e che vede la relazione d’aiuto impostata innanzitutto sull’empatia che il counselor deve saper instaurare con il cliente e quindi sulla focalizzazione del rapporto professionale atto al rispetto dei “valori” e del suo caleidoscopico esperienziale, i suoi vissuti insomma, nonché la sua “visione del mondo”, quello che noi filosofi chiamiamo con il termine tedesco di Weltanschauung”, e ti pareva, me l’ha sottolineato in rosso, ou ma sto Word è proprio ignorante però! Oltre al citato Rogers, ci sono altri eminenti personaggi dell’area psicologica che hanno voluto dare un’impronta differente alle loro professioni, tra questi ad es.: Victor Frankl con la sua “Logoterapia”, cito: “L’approccio esistenziale alla terapia di Victor Frankl, chiamato Logoterapia (che egli traduce con “terapia attraverso il significato”), si fonda su concetti fondamentali come libertà, responsabilità, significato e ricerca di valori – tutti quanti significativamente presenti nella consulenza filosofica”.[2] Anche nel Counseling Filosofico queste sono categorie essenziali da rispettare.
Un’altra eminente figura nel panorama del Counseling agli albori è senza dubbio Rollo May, medico e psichiatra, padre della psicologia esistenzialista americana. Nel suo testo “L’arte del Counseling”, May, mette in rilievo ciò che il Counselor, come professionista, deve porre in essere per poter condurre adeguatamente una Relazione d’aiuto. “La funzione del counselor consiste nell’aiutare il cliente a trovare quella che Aristotele chiama l’entelechia, l’unica forma, nella ghianda, che la destina a diventare una quercia”.[3]
In epoche più recenti verifichiamo quanto queste lezioni di Counseling abbiano lasciato un segno ed abbiano dato seguito alle professioni che ne sono derivate di “Counselors” nei diversi ambiti di appartenenze ed anche di “Life Coachs”. Mi sento di citare un professore universitario, Franco Nanetti, che è uno psicologo/psicoterapeuta che ha fatto del Counseling una ragione di vita, istituendo Master universitari da lui diretti e promuovendo, anche attraverso la sua scuola A.I.P.A.C., corsi accreditati presso il M.I.U.R. per formarsi alla professione di Counselor. Il prof. Nanetti, esperto conoscitore delle Relazioni d’aiuto, è altresì autore di numerose opere riguardanti l’argomento ed essenziale è il suo apporto nell’aiutarci a comprendere meglio di come, il Counseling sia ormai diventato importante in tale ottica, (ao stiamo a parlà comunque di problemi esistenziali e non patologici, ai visto mai)! Lo stesso non lesina di dare delle stoccatine alla odierna posizione della psicologia usata soprattutto dai più giovani: “Molti psicologi vogliono cambiare la testa dei loro pazienti, quando la loro abituale condizione è di non-pensiero. Freud era uomo di cultura, leggeva miti e tragedie greche. Ellis fu per molto tempo dedito alle grandi filosofie orientali. Oggi molti giovani psicologi della nuova generazione chiedono sempre più di formarsi sbrigativamente attraverso le tecniche. Hanno poche curiosità. Studiano poco. Non hanno grandi passioni. Parlano di transfert e controtransfert, di disturbi evolutivi e dell’attaccamento, ma nelle parole non c’è in loro nessuna passione per la verità. Ignorano le filosofie e le religioni, la storia, i miti e la poesia, eppure vorrebbero guarire la psiche”.[4] Se lo dice lui! Certo ne ha di coraggio il Prof. Nanetti e che dire quando appunto si occupa di questo all’interno di un altro suo testo e fa parlare, attraverso lui, niente po’ po’  di meno che Seneca: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, ma sono difficili perché non osiamo”. […] ed ancora, parole sue: “Non possiamo dichiarare di essere veramente liberi, fintanto che non rischiamo anche di trovarci soli ed incompresi”.[5] Che coraggio!
Torniamo con lo sguardo sul “Counseling Filosofico”, ma chi è che ci stiamo dimenticando? Come come? Lou Marinoff!!! Oh no, non si può, meno male che me ne sono ricordato. Chi è costui? Come chi è costui? Ma stiamo scherzando? E’ un professore americano che volle essere pioniere di questa disciplina negli States e che, provocatoriamente, si è talmente lasciato prendere la mano cominciando a “sparare” su tutti e tutto che se qualcuno, di buon senno, non gli avesse bloccato il polso, avrebbe fatto una strage, (sempre nell’ambito delle professioni che si occupano delle Relazioni d’aiuto, s’intende)! Perché, cosa ha fatto? Vi starete chiedendo; cosa ha fatto? Ma vi rendete conto che ha scritto un libro che è diventato un bestseller dal titolo “Plato, not prozac!” che tradotto in italiano è: “Platone è meglio del prozac”, che pazzo scatenato! E giù medici, psichiatri, psicoterapeuti, psicologi, farmacisti, informatori scientifici, biologi, ginecologi (no, questi no)! Insomma ha creato un putiferio. Ma che cavolo avrà detto mai poi in questo suo testo? Pensate solo che alcuni praticanti filosofi, gli hanno dato contro perché pare non sia del tutto “preciso” in alcune sue affermazioni ma, aldilà di ciò, va’ a lui, ad es., il merito di aver escogitato un “procedimento” dall’acronimo P.E.A.C.E. che indica: P = problema; E = emozione; A = analisi; C = contemplazione; E = equilibrio e col quale scandaglia “filosoficamente” un’empasse esistenziale del cliente di turno. “L’occasione non bussa una volta sola: bussa di continuo, ma troppo spesso siamo sordi al suo richiamo, o fingiamo di non udirlo, o non abbiamo il coraggio di aprire l’uscio”.[6] Ok, allora basta, abbiamo archiviato anche quest’altro autore; macché! Si è permesso di scrivere un altro testo permettendo che il titolo dello stesso nell’edizione italiano fosse: “Le pillole di Aristotele”, ah, ma allora te la cerchi! Vabbé poco male per chi come lui ha poi scritto: “La sofferenza, d’altro canto, è uno stato mentale. Come nel caso dell’offesa, per avvertirla devi esserne complice volontario”.[7] Contento lui!
Ritorniamo in Italia, ebbene abbiamo ancora da interpellare colui il quale, nelle pratiche filosofiche, non solo c’ha messo la faccia, ma la barba, il corpo, la mente e l’odio che si è tirato addosso da parte dei suoi colleghi “psicanalisti”, chi? Vi chiederete? Il famosissimo prof. psicanalista, filosofo, scrittore e chi più ne ha più ne metta Umberto Galimberti. Si è profondamente votato al primato della Consulenza Filosofica come Relazione d’aiuto rispetto alle problematiche di tipo culturali/esistenziali. “La pratica analitica coglie l’angoscia nevrotica che ha la sua causa-colpa (in greco le due parole sono rese dallo stesso termine aitìa) nei trascorsi del sofferente, nel suo passato, nella sua biografia; la pratica filosofica coglie l’angoscia esistenziale che alle sue spalle non ha né una causa né una colpa, perché nasce dall’anticipazione della morte futura, di cui la sofferenza, come riduzione delle possibilità di vita, è segno e anticipazione”.[8] Ora voi capirete che tutto ciò non solo mi fa gioco e mi rende tutto molto più semplice per fare sì che voi vi rendiate conto dell’importanza assunta dalla Filosofia allorquando si è fatta pratica e quindi “consulenza” o “counseling”, ma addirittura mi si offrono su di un piatto d’argento, come si suol dire, parole e parole scritte dal prof. succitato, ma mi limiterò a sintetizzare citandovi questo: “Per Nietzsche, il grande geografo che ha fissato i punti cardinali è stato Platone, e l’anima è il compasso di cui si è servito per disegnare i confini. Per questo, scrive Nietzsche: “Platonismo è in primo luogo saggezza nel prendere sul serio l’anima”.[9]
Abbiamo fatto un resoconto importante per poterci addentrare in questa affascinante disciplina che ci conduce alla scoperta di questa antica-nuova professione legata alle Relazioni d’aiuto. Avremmo ancora moltissimi autori da dover citare, moltissimi testi da dover annoverare nel nostro discorso sul “Counseling Filosofico”. Voglio portare una testimonianza ulteriore grazie al Dr. Paolo Cattorini che è medico, filosofo, docente universitario e  specializzato in psicologia clinica, ci dice: “Per dirla con una battuta, suggeriremmo a ogni psicanalista di andare ogni tanto in supervisione da un buon consulente filosofico… […] Freud riconobbe, con la solita lealtà, che certi filosofi lo avevano anticipato e tuttavia lodò i limiti della propria cultura, poiché essi gli avrebbero permesso di (fare una scoperta). Se avesse letto con più gusto Schopenhauer – egli spiega – forse non si sarebbe soffermato sulle pagine dedicate al concetto di rimozione e non l’avrebbe elaborato autonomamente”.[10]
Non mi spingerò oltre ma, è doveroso citare, per chi preso da interesse voglia approfondire le sue conoscenze in merito, l’Associazione Nazionale per le Pratiche Filosofiche “Confilosofare” che ha un sito internet: www.confilosofare.com all’interno del quale, grazie all’attenta gestione da parte del presidente Dr. Mario Guarna e dei suoi collaboratori si possono trovare articoli ed iniziative di spessore in merito all’argomento qui trattato, nonché al mio blog personale: http://vitafilosofica.blogspot.com  
Permettetemi di congedarmi da voi con una domanda: Ammettiamo di trovarci, in un dato momento della nostra vita, nella necessità di dover gestire una sofferenza, come potrebbe essere quella della perdita di una persona a noi cara, che sarebbe per questo normale dunque, ebbene, nel momento in cui non sussistano patologie “come ansia, depressione o attacchi di panico” chi pensate possa realmente aiutarvi nel riformulare, gestire e metabolizzare il concetto di morte che è insito nello svolgimento delle nostre esistenze?
E’ questo solo un esempio di tutte le possibili applicazioni del Counseling Filosofico per l’aiuto reale verso chi si trovasse in un momento di transitoria sofferenza esistenziale.  
Francesco Iannitti



[1] Raffaella Soldani, Introduzione, in Gerd B. Achenbach, La consulenza filosofica, Apogeo, Milano 2004, pag. 5
[2] Gerald Corey, Theory and Practice of Counseling and Psychotherapy, quinta edizione, Brooks/Cole, Pacific Grove, Ca., 1996, pag 171 op. cit. in Peter B. Raabe, Teoria e pratica della consulenza filosofica, Apogeo, Milano 2006, pag. 98
[3] Rollo May, L’arte del Counseling, Astrolabio, Roma 1991, pag. 20
[4] Franco Nanetti, Assertività ed emozioni, Pendragon, Bologna 2008, pag. 20
[5] Franco Nanetti, Counseling ad orientamento umanistico-esistenziale, Pendragon, Bologna 2009, pag. 63
[6] Lou Marinoff, Platone è meglio del Prozac, Piemme, Casale Monferrato (AL) 2001, pag. 241
[7] Lou Marinoff, Le pillole di Aristotele, Piemme, Casale Monferrato (AL) 2003, pag. 147
[8] Umberto Galimberti, La casa di psiche – Dalla psicanalisi alla pratica filosofica -, Feltrinelli, Milano 2005, pag. 15
[9] Ibidem, pag. 95
[10] Paolo Cattorini, Bioetica clinica e consulenza filosofica, Apogeo, Milano 2008,  pag. 73